Mauro Buti

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La dura legge del c(r)ash

Cash-wad

Le stime dell'Ocse sull'Italia, diffuse proprio in queste ore, parlano di un debito pubblico destinato ad attestarsi intorno al 120% del PIL entro il 2011, e di disoccupazione in aumento per almeno altri due anni. Dati drammatici e noti oramai da tempo, che testimoniano come al di là di interminabili discorsi su escort, giustizia, problemi politici e pretese degli alleati, la spinta irresistibile verso la caduta di Berlusconi stia venendo proprio dall'economia.

Difficile stupirsi: i soldi stanno alla politica come le donne al delitto noir.
Invece del celeberrimo "cherchez la femme", quindi, potremmo usare un meno intrigante, ma altrettanto efficace, "cherchez l'argent".

E infatti in Italia i soldi, anche a cercarli, non si trovano più. La finanziaria proposta da Tremonti è un curioso caso di "legge di programmazione economica" nella quale non si muovono fondi, e non si intraprendono nuove politiche economiche. Da due anni a questa parte, infatti, l'unica politica economica proveniente da Palazzo Chigi è quella del mantenimento. Si straparla di grandi opere e di grandi innovazioni, ma l'amara realtà è che di questi tempi non si muove un cent. Quei pochi che si muoveranno (i proventi di una legge criminale come lo scudo fiscale, ad esempio) scompaiono e riappaiono in decine di proposte diverse, in un impossibile gioco delle tre(cento) carte.

Non nascondiamoci dietro a un dito. Sui soldi che abbiamo o non abbiamo in tasca non si può mistificare nè mentire, perchè il dato è oggettivo. Talmente oggettivo che i più esperti ed astuti collaboratori di Berlusconi hanno già da tempo abbandonato la nave, e attendono pazienti che le cose facciano il loro corso.

Quale? Spiegarlo in sintesi non è semplice, ma tenterò lo stesso.
Come noto tutta l'economia occidentale versa in una fase di profonda crisi. Si può anche parlare di ripresa, ma è ancora da dimostrare se si tratti di una ripresa duratura. Gli States di Obama hanno risposto al collasso dello scorso anno con una gigantesca iniezione di soldi pubblici nel sistema. E ha funzionato: il sistema ha retto. Ma allo stato attuale delle cose l'economia è come un paziente sotto metadone: totalmente dipendente da una droga, i fondi pubblici, che molto presto gli verrà tolta. Difficile non temere una violenta crisi di astinenza, ed è proprio in previsione di questo che vediamo il valore del dollaro crollare senza sosta.

Il ragionamento americano è semplice, ed è simile a quello che venne fatto nei rampanti anni del dopoguerra in Italia. Se lo Stato svaluta la sua moneta, e spende denaro pubblico a bizzeffe, l'industria ne beneficia immediatamente. Perchè se la moneta vale meno investire dall'estero conviene, i capitali arrivano, e la grande macchina dell'economia nazionale continua a girare. Il rovescio della medaglia però esiste eccome: a lungo andare si rischia l'innesco di una inarrestabile spirale di inflazione destinata a mettere in ginocchio i consumatori, nonchè l'aumento a dismisura del debito pubblico.

Nel mondo nessuno è contento di vedere il dollaro svalutarsi così tanto. Ma non si osa fiatare perchè gli interessi a mantenere in vita il sistema economico globale sono enormi, specie da parte del gigante cinese, e la sopravvivenza del sistema passa per quella dell'America. Così tutti fanno buon viso a cattivo gioco.
Ma cosa succederà da noi?

L'Italia non può agire come l'America. Nemmeno nel suo piccolo. Perchè è stretta fra un debito già enorme, e una moneta forte sulla quale non ha controllo nè possibilità di svalutazione. I presupposti sono simili alla situazione dell'Argentina prima del ben noto crack. La patria di Maradona era oppressa da un debito al 115% del PIL, e dal cambio fisso peso-dollaro. E finì stritolata.

Non esiste una via d'uscita morbida dalla nostra situazione. Il governo può anche "sperare" che la lenta ripresa mondiale in corso non si interrompa, certo. Ma ammesso e non concesso che la cosa accada altri elementi interverranno in maniera distruttiva sugli equilibri economici. Le prime casse integrazioni "post crisi" si stanno esaurendo in questi giorni e presto finirà l'effetto degli ammortizzatori sociali. La disoccupazione aumenterà, i consumi scenderanno di conseguenza, e la coesione sociale di tutto il Paese sarà a rischio. Il tutto mentre il debito pubblico è già fuori controllo da tempo.
Lo Stato non ha margine d'azione per uscire dalla spirale che ci trascina verso il basso. Già nell'autunno del 2010 chiunque si trovi a governare sarà costretto a varare una finanziaria di lacrime e sangue, come fece Giuliano Amato durante gli anni di Tangentopoli. Si dovranno aumentare le tasse. Dirette o indirette che siano.

Non sono certo che si troveranno esponenti politici di spicco disposti a mettere la faccia su misure del genere. Presumo, quindi, che a proporle sarà un governo tecnico, sebbene non si possa escludere l'ipotesi di quel famoso "governo delle riforme" di cui si vagheggia da anni. Ma comunque vadano le cose l'era Berlusconi è al tramonto, insieme (incrociamo le dita) a quella della catastrofica Seconda Repubblica.

Quello che verrà con la Terza dipende come sempre da tutti noi...

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