Soluzioni innovative per società moderne...
Ricordo che molti mesi fa, mentre l'attuale crisi si trovava in una delle sue fasi più violente, osservavo con fascino il comportamento dei mercati di fronte agli eventi.
In un mondo impazzito solo il freddo denaro mi sembrava mantenere un atteggiamento asettico. Seguire una logica chiara, in cui il crollo dei valori di borsa era solo la naturale conseguenza di politiche fallite e di illusioni infrante. Una testimonianza crudele, ma efficace, del crepuscolo di uno stile di vita insostenibile.
Nulla di strano: allo stato attuale delle cose i mercati sono razionali più o meno allo stesso modo di un bambino in lotta con la mamma per farsi comprare un dolcetto. Non vedono nulla se non il loro obiettivo, e cioè quella soluzione che hanno già scelto come l'unica possibile per preservare lo status quo e, in ultimo, se stessi. Per ottenerla sono pronti a qualunque cosa. Pianti, capricci, occhi dolci, strepiti, moine. Tutto pur di fare pressione sui genitori (e cioè i governi), e convincerli a cedere. Se non altro per preservare il quieto vivere...
A guardarli in maniera spassionata non sono nemmeno cattivi: un po' come per Jessica Rabbit il problema è la loro natura. "Li disegnano così": del tutto incentrati su se stessi, e perfidamente convoluti su quell'ottica di breve periodo che rappresenta insieme il successo e l'inevitabile condanna del nostro sistema economico. Ai mercati non importa nella maniera più assoluta del "crollo inevitabile", o della "situazione insostenibile". L'unica cosa che interessa allo speculatore, del resto, è che il crollo non avvenga qui e adesso. Perché se anche solo un giorno rimane prima che l'economia reale "veda il bluff" di quella finanziaria, allora c'è ancora ampio margine per muovere, fare, disfare, guadagnare. In ultimo per vivere una vita al massimo, quella in cui ogni respiro aggiuntivo prima della morte vale come e più della possibilità di evitarla. Quella in cui ogni secondo di ulteriore agonia è un inebriante morso di dolcetto che allontana lo spettro della fame. Meglio crollare col sapore di buono in bocca, piuttosto che rassegnarsi alla mancanza dei soldi per comprare il pane... Oggi tutti parlano di "crescita", e di "tornare a crescere" come condizione imprescindibile per superare la crisi. Viene da ridere: nessuno ha la più pallida idea di come questa crescita possa originarsi, nessuno dei fondamentali economici indica una credibile aspettativa di crescita, perché mai dovremmo tornare a crescere? Perché i greci dovrebbero sopportare condizioni capestro e tagli alle spesa devastanti? Di modo che il sacrificio della povera gente possa mantenere il benessere delle banche, delle classi dirigenti, e del resto dell'area europea? Per quale assurdo motivo qualcuno dovrebbe accettare di soffrire nel momento in cui la soluzione definitiva a tutti i nostri mali è quella di non sacrificare mai nulla ("too big to fail")? Quella di continuare a indebitarsi, perchè diversamente ci sarebbe da soffrire? Guardare con occhi spassionati l'economia mondiale è insieme agghiacciante e adorabile. Riassumiamo:
- I conti pubblici e privati dell'area occidentale subiscono per anni e anni una assurda e insopportabile pressione verso la crescita
- Le economie emergenti dettano il ritmo, ma lo fanno appoggiandosi a condizioni di lavoro e costi di manodopera ridicoli rispetto ai loro "progrediti" concorrenti.
- I progrediti concorrenti tentano di salvare il salvabile con invenzioni geniali come il consumo "a debito", la finanza creativa e i prodotti derivati. Cioè scommettono alla cieca su una crescita continua e duratura...
- L'astuto piano va a catafascio perché, strano ma vero, a un certo punto il colabrodo non si regge più in piedi e non si cresce più. L'economia mondiale crolla.
- Per sopravvivere alla situazione di crollo urge una soluzione in tempi rapidi. Quale può mai essere? Ma ovvio: quella di tornare a crescere il prima possibile...
- Si statalizzano i debiti, e cioè si continuano a spendere soldi che non ci sono pur di stabilizzare i mercati e stimolare la crescita
- Si ricomincia da capo
Con ogni probabilità il debito "occidentale" ci costerà la revisione del sistema pensionistico, una netta sforbiciata allo stato sociale, alle tutele, alla sanità, all'istruzione e chi più ne ha più ne metta. Per la prima volta l'utopia capitalista dovrà arrendersi di fronte all'amara realtà, e accettare di regredire, invece di progredire. Andiamo in direzione di una società che sarà più chiusa e più diseguale. Verso un futuro a tinte fosche... E tutto questo, naturalmente, solo nel migliore dei casi. E cioè se il grande salvataggio funzionerà senza troppe altre scosse, e se l'unico prezzo della nostra attuale follia sarà quello (oramai inevitabile) di anni di inflazione e di deprezzamento del denaro. Non si tratta però dell'unico esito possibile per questa crisi, e nemmeno del più probabile. Man mano che entità sempre più grandi e complesse vanno in difficoltà il sistema economico globale potrebbe anche trovarsi di fronte all'impasse del "too big to save". I mercati potrebbero rimanere senza dolcetto, e il tutto mentre l'interconnessione fra diversi soggetti (privati, pubblici, sovranazionali...) è e continua ad essere fuori da ogni regola e da ogni controllo. Titoli di stato greci si trovano nelle cassaforti della Regione Lombardia, così come nei forzieri delle banche francesi e greche, e i bond tossici entrano nel portafoglio della piccola Islanda così come in quelli del Comune di Milano. Il terrore dell'effetto domino finora ha dominato ogni altra considerazione in tema economico, e ci ha portati dove ci troviamo oggi. Eppure...I vigliacchi muoiono molte volte innanzi di morire; mentre i coraggiosi provano il gusto della morte una volta sola. (William Shakespeare)